lunedì 13 aprile 2026
Un coach tra i coach
mercoledì 1 aprile 2026
Coach piglia tutto
Twin Peaks è una serie dalla quale attingo spunti per molte riflessioni in vari contesti tra i quali, non da ultimo, quello del coaching.
Nella prima puntata, quando l'agente speciale Cooper si presenta allo sceriffo Truman, dopo i convenevoli di rito, mette subito in chiaro una cosa: "quando l'FBI entra in gioco, assume il comando delle azioni".
Ecco, il coach di triathlon deve ricalcare un po' questo concetto.
Non esiste "un allenatore che mi segue solo per il nuoto", non esiste "però il giovedì vado ad allenarmi in pista con i ragazzi di atletica", esiste solo UN COACH di triathlon che segue e decide tutto.
Anni fa ho avuto modo di osservare giovani atleti di alto livello che si facevano seguire da un coach di atletica (perché è quello che allena pure gli africani) e da un coach di nuoto in vasca con atleti della nazionale (di nuoto), sotto la supervisione (?) di un coach di triathlon.
Il risultato è che questi atleti hanno mantenuto un livello molto alto, ma non così alto come alcuni loro coetanei seguiti da un unico coach che li ha portati anche alle Olimpiadi.
E' vero che i singoli casi non fanno scuola, ma sono comunque abbastanza per avermi nel tempo schiarito le idee a avermi mostrato la strada.
Quindi, quando mi chiedete se vi posso allenare, ad esempio, SOLO per la corsa e il ciclismo e vi rispondo di no, e magari vi offendete pure, il problema, sostanzialmente, è solo il vostro.
giovedì 26 marzo 2026
Allenarsi senza motivazione?
L'aspetto motivazionale è una delle peculiarità fondamentali del bagaglio tecnico di ogni allenatore di qualsiasi sport.
E' un aspetto ampiamente dibattuto, sul quale sono tutti d'accordo, e del quale anche io ne ho fatto un cavallo di battaglia.
Ma la mia domanda è: ci si può allenare altrettanto bene SENZA un obiettivo? Senza un scopo?
E no, non sto parlando di chi si ritrova da un momento all'altro nell'impossibilità di partecipare alla gara per la quale si era preparto, per imprevisti sopraggiunti (organizzativi o fisici), ma di chi scegliere deliberatamente di allenarsi bene senza dover necessariamente partecipare ad una gara.
Certo, direte, esci tranquillo quando e come ti pare.
Rilegette bene però: non ho scritto allenarsi senza un obiettivo, ma allenarsi BENE!
Ma anche in questo caso la risposta, con buona pace di chi vuole far passare il messaggio di avere necessariamente un obiettivo, è sì, si possono ottenere dei riscontrabili benefici.
Sebbene non ci sia una vera e propria bibliografia che ha curato tale aspetto,
…si evidenzia che la letteratura scientifica, pur non affrontando quasi mai la questione in modo diretto (“allenarsi bene senza obiettivi”), converge su un punto chiave: ciò che sostiene davvero la qualità e la continuità dell’allenamento non è necessariamente il goal esterno, ma la qualità della motivazione.
La review di Pedro J. Teixeira (2012), basata su decine di studi, mostra che le forme di motivazione più autonome — quelle legate al piacere, all’interesse e al significato personale — sono fortemente associate alla pratica regolare e duratura dell’esercizio. In altre parole, non serve per forza una gara per allenarsi bene: serve un motivo che stia in piedi anche senza di essa.
Allo stesso modo, lavori più recenti come quello di Ian M. Taylor (2020) suggeriscono che, anche durante sforzi di endurance intensi, una motivazione più autonoma ( il caso in cui ti alleni perché lo vuoi fare, perché lo consideri importante per te o perché ti piace, non perché “devi”, qualcuno te lo impone o devi dimostrare qualcosa) riduce la tentazione di mollare e migliora la qualità della prestazione. E studi interventistici come Cecilie Thøgersen-Ntoumani (2016) mostrano che quando la motivazione è intrinseca (per il piacere dell’attività stessa, non per un risultato esterno) aumenta l’aderenza, e con essa arrivano adattamenti concreti come il miglioramento del VO₂max.
Quindi, resa semplice:
Motivazione autonoma = “lo faccio perché ha senso per me” → durante lo sforzo molli meno.
Motivazione intrinseca = “lo faccio perché mi piace” → nel tempo salti meno allenamenti.
A questo si aggiunge un altro elemento spesso trascurato. Una recente meta-analisi di Katie R. Garstang (2024) conferma che fissare obiettivi specifici aumenta in modo significativo i livelli di attività fisica, ma ha un impatto molto più limitato sugli aspetti psicologici come motivazione e benessere. Ancora più interessante: gli interventi senza ricompense funzionano meglio di quelli che le prevedono.
Tradotto: gli obiettivi funzionano, ma non sono il cuore del problema. Possono farti muovere di più, ma non necessariamente sostenere meglio nel tempo.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Allenarsi senza un obiettivo esterno non significa allenarsi senza uno scopo, ma spostarlo. Da qualcosa che sta fuori — una gara, un tempo, un risultato — a qualcosa che sta dentro: il valore dell’allenamento stesso. Ed è su questa base, meno evidente ma più solida, che si può continuare ad allenarsi bene.
lunedì 23 marzo 2026
L'esperienza del coach come atleta
Annosa discussione che da anni si trascina in vari sport: un coach deve essere stato un atleta dello sport che allena?
Ok Arrigo Sacchi, ok Julio Velasco, però qui parliamo di endurance e il discorso assume necessariamente delle peculiarità differenti.
Il fatto è che sì, si può essere eccellenti allenatori che somministrano gli allenamenti conoscendo perfettamente quanto si può sostenere fisiologicamente un determinato carico, ma io, come allenatore, voglio conoscere fisiologicamente ma anche psicologicamente quello che si prova con quel determinato carico.
Solo così ho imparato che 20 minuti in Z4 sono fattibilissimi ma di testa sono più duri di quanto sia in grado di rispondere il fisico.
Solo così ho imparato che dopo 3 ore in bici dell'IronMan, quando vedi che stai appena a metà percorso della seconda frazione, ti può prendere lo sconforto anche se le gambe girano bene.
Solo così ho imparato cosa significa essere disidratati o infreddoliti quando il tranguardo è ancora lontano, ma anche che basta una scintilla o un incitamente per risollevarsi da una crisi.
E non dico che questa è l'unica strada, semplicemente che è la mia strada che ho scelto, come coach.
E per questo ho partecipato, partecipo e parteciperò anche a gare che eufemisticamente non rientrano nelle mie "corde" di atleta.
Perchè questa esperienza la ritengo elemento fondamentale per trasmette al meglio il nostro messaggio.
Non si tratta di credibilità o professionalità ma, ancora una volta, di comunicazione, perchè cosa potrà mai ascoltare un atleta da un coach che non sa comunicare?
mercoledì 18 marzo 2026
Triatleti e Ultra Runners mangiano davvero come dovrebbero? (...e no, non parliamo di qualità)
Negli ultimi anni le gare di endurance sono cresciute esponenzialmente. Sempre più atleti si cimentano in competizioni lunghe e impegnative, dove la nutrizione gioca un ruolo decisivo per sostenere la performance e limitare problemi gastrointestinali.
Ho già espresso più volte il mio pensiero su quanto sia fondamentale un rilevante apporto calorico (soprattutto di carboidrati), sia in gara, sia durante tutto il corso della preparazione, ma alla fine, gli atleti riescono davvero a seguire le raccomandazioni nutrizionali durante la gara?
Un recente studio di Jiménez-Alfageme e altri, ha provato a rispondere a questa domanda analizzando il comportamento alimentare di 42 atleti di endurance, tra triatleti e ultra trail runners, durante due competizioni spagnole: il triathlon Vi Half Gasteiz e l’ultra trail Ultra Sierra de Cazorla. L’obiettivo era capire quanto mangiano e bevono gli atleti durante la gara e se queste strategie sono in linea con le indicazioni scientifiche.
I risultati mostrano una tendenza chiara: gli atleti mangiano e bevono meno di quanto raccomandato. In media, durante la gara i partecipanti hanno assunto circa 192 kcal all’ora e poco più di 43 g di carboidrati, mentre nelle competizioni di endurance superiori alle 2-3 ore, le linee guida suggeriscono fino a 90 g di carboidrati all’ora (dato chiaramente generico) , quasi il doppio rispetto ai valori osservati nello studio. Anche l’assunzione di liquidi è risultata relativamente bassa, circa 421 ml all’ora, quando le raccomandazioni parlano di circa 600–1000 ml all’ora, a seconda delle condizioni ambientali e dell’intensità dello sforzo.
Un dato conseguente quanto aspettato, riguarda la relazione tra alimentazione e performance: maggiore è l’assunzione di energia e carboidrati durante la gara, migliore era il tempo finale degli atleti.. Al contrario, un consumo più elevato di grassi prima della gara era associato a tempi finali peggiori.
Quandi, ancora, per l'ennesima volta, prima di pensare a quanto sia salutare la vostra alimentazione, se fate sport di endurance l'obiettivo primario dovrebbe essere la quantità di quello che assumente.
Bello eh? Interessante.E' un concetto dove un po' tutti sono d'acccordo, ma alla fine comunque ognuno fa come cazzo gli pare.
Basta poi che quando in gara vi ritrovate con le "energie che finiscono" non vi chiedete come mai...
giovedì 12 marzo 2026
L'insegnamento del nuoto
L’insegnamento
del nuoto, soprattutto in contesti adulti, tende spesso a proteggere l’allievo
dall’esperienza diretta della difficoltà.
Le progressioni sono costruite per
evitare il disagio, per mantenere un senso di competenza percepita, per ridurre
al minimo la frustrazione.
Questo approccio produce un apprendimento iniziale
più sereno, ma lascia irrisolto il nodo centrale: la capacità di sostenere il
gesto quando le condizioni non sono ideali.
La selezione viene semplicemente
rimandata a un momento successivo, quando l’atleta si trova a dover nuotare fronteggiando
la fatica.
A quel punto, l’impatto può essere più duro di quanto sarebbe stato
affrontando gradualmente la difficoltà fin dall’inizio.
Nel contesto del
nuoto di endurance e delle acque libere, questi meccanismi diventano
particolarmente evidenti.
L’atleta arriva alla competizione con una
preparazione che ha aggirato sistematicamente le condizioni di stress
specifiche.
La distanza, la continuità, l’assenza di riferimenti, l’interazione
con altri nuotatori rappresentano un carico improvviso, non tanto per il corpo
quanto per il sistema di regolazione dello sforzo.
La selezione, che era stata
mascherata in allenamento, si ripresenta in forma concentrata.
Chi possiede una
base di adattamento reale riesce a riorganizzarsi, chi ne è privo sperimenta un
crollo precoce, spesso interpretato come un problema contingente piuttosto che
come il risultato di un percorso incompleto.
venerdì 27 febbraio 2026
I post sponsorizzati nel mondo dell'endurance (come mettere a fuoco gli obiettivi giusti)
A meno che non siate i sultani dell'ingenuità, non è difficile riconoscere i profili social e i post pompati (leggasi pagati) per aumentare i numeri di followers o like.
Personaggi apparsi dal nulla con 12.000 followers ma una manciata di commenti (perlopiù fiamme e pugnetti distribuiti a casaccio da qualche bot o peggio ancora da qualche personaggio a loro similare che condivide la stessa agenzia di promozione (leggasi ricottari).
Ma non voglio parlare di questa categoria che già naviga nella miseria da sola, ma di valutrare la bontà di chi sponsorizza un post o un articolo.
Io c'ho provato 4-5 anni fa a sponsorizzare un articolo che rientenvo utile divulgare e quella unica volta mi è bastata.
Il problema è che è vero che ti arriva un sacco di gente, ma non quella che ci interessa, o meglio, non quella veramente interessata a quello che proponiamo.
Gente che magari commenta anche, in maniera generica (se va bene, altrimenti commenta a cazzo), ma che non ha nulla a che fare con il nostro "universo".
"Eh ma è appunto quello l'obiettivo, mettere a disposizione quello che proponiamo a più gente possibile", mi direte.
E invece no!
Io non voglio avere a che fare con "più gente possibile" ma con gente che è curiosa di approfondire il mio universo, gente che arriva a me non casualmente o indirizzata da algoritmi, gente che MI SCEGLIE.
Perchè come ho sempre detto e come ripeterò allo sfinimento, è sempre una questione di scelte!
venerdì 20 febbraio 2026
Allenare di persona o a distanza (facilitazioni e difficoltà)
Solitamente il concetto di coach è sempre stato associato a colui che opera sul campo, e solo con l'affermarsi di vari portali online si è definito sempre di più lo spazio di chi allena "a distanza".
In quest'ottica, la visione del coach a distanza ha sempre restitutito una figura "minore" rispetto a quello in presenza.
E forse anche giustamente.
Un allenatore, per avere una visione completa di un atleta, ha bisogno di vedere anche come regisce ai vari stimoli e interpretare molte sfumature che sarebbero difficili da valutare senza osservazione.
Poprio per questo vi dico che, di contro, passare da allenare online ad allenare sul campo, potrebbe essere assai più semplice del contrario.
Certo, richiede un maggior impegno logistico e di tempo da entrambe le parti, ma i benefici saranno evidenti e immediati.
E nei casi inversi, ovvero da chi passa da allenare sul campo al coaching online come si fa?
Feedback puntuali e corretti da parte dell'atleta (ma qui si apre un mondo sull'oggettività dei feedback) e le cosiddette soft skills da parte dell'allenatore per esercitare al meglio quelle capacità relazionali ed emozionali.
E qui entra il mio punto di vista al riguardo, chiaramente controtendenza, che è quello che sulle "soft skills" potete lavorarci quanti vi pare, ma se non avete una sensibilità intrinseca sarà impossibile costruire una relazione ideale con il vostro atleta tale da saperlo gestire a distanza.
E quello è un talento naturale.
Oppure potete fare come Sutton che da bravo allenatore di cavalli è convinto che il miglior atleta che si possa allenare è quello che non parla e che non dà feedback.
Però io vi suggerisco prima di vincere qualche medaglia olimpica come coach (come ha fatto lui), prima di azzardere qualcosa del genere...
venerdì 13 febbraio 2026
La solidità mentale di un atleta
Nonostante i miei post abbiano sempre una certa retorica aulica e romantica, in realtà alla base c'è sempre una sintesi pratica e risultatista, specialmente nell'ambito del coaching.
Se ti stai rivolgendo a un coach, gli stai chiedendo di portarti a un obiettivo, a prescindere se quell'obiettivo sia semplice benessere, un podio, o una barriera temporale da abbattere.
O spesso parlato della mia attitudine e predisposizione verso gli "atti di fede" non misurabile, ma gli obiettivi sono misurabili e segnano inevitabilmente la riuscita o meno di un determinato percorso (con tutte le variabile di ogni caso, chiaramente).
Il problema, soprattutto per atleti non (ancora) solidi o consapevoli delle proprie capacità, è che durante questo percorso, sia nell'allenamento sia nella gara - possono attraversare e vivere momenti in cui si prospetta la irrealizzazione del risultato fissato, come dei veri e propri inibitori dell'obiettivo.
Se questi aspetti si realizzano durante la preprazione allora lì un buon allenatore può ancora intervenire, sulla motivazione dell'atleta o sulla rimodulazione dell'obiettivo.
Se invece il problema si presenta in gara, lì c'è il rischio, sempre per un usare un tono aulico e romantico, che vada tutto a puttane.
Chi, ad esempio, affronta un IronMan con l'aspettativa di un sub11 e vedere durante la gara che il suo obiettivo sta diventando irrealizzabile, potrebbe "sbracare" sotto ogni aspetto, fisico, mentale, motivazionale, tattico, con CONSEGUENZE drammatiche sotto gli stessi ambiti: fisico perchè si comincia a trascinare oltremodo stressando qualsiasi apparato, mentale perchè potrebbe insinuarsi in lui il dubbio di non essere (mai più) in grado di realizzare quell'obiettivo.
Questo è solo un esempio, che può essere applicabile a qualsiasi obiettivo "misurabile".
Ed è proprio qui che ci vuole tanto lavoro di un coach che sappia affiancare e costruire un atleta, di qualsiasi livelo e con qualisasi obiettivo, con una visione lucida e solida.
E non è semplice.
Vabbè poi ci sono gli atleti che volontariamente caricano il proprio amico e compagno di squadra di aspettative al di fuori della sua portata solo per mettergli pressione addosso e farlo sentire inadeguato, ma quello fa parte del gioco e, forse, anche del percorso di costruzione di una certa consistenza mentale.
giovedì 12 febbraio 2026
Il modo migliore per migliorare dei neofiti (ovvero, come sta andando la preparazione?)
Mi capita spesso di avere a che fare con neofiti, con un livello atletica decisamente basilare, che, probabilmente attirati da mirati messaggi promozionali, mi chiedono un focus su dettagli tecnici osu materiali compeltamente inutili per il loro livello.
Questo mi porta a due valutazioni.
Uno è che questo tipo di marketing funziona.
Due, che la ricerca di risultati imemdiati prota spesso i neofiti a saltare i pilastri fondamentali di un reale miglioramento per inseguire dei fantomatici marginal gains tanto dispersivi quanto, a volte, financo dannosi.
E allora, per chi su una scala a 0 a 20 (dove 0 è un sedentario e 20 un professionista) parte da un livello compreso tra 2 a 7, ecco quale è il modo migliore per cresce in maniera costante.
1) NON SALTARE GLI ALLENAMENTI, ovvero quando si è concordato con il coach un numero base di allenamenti a settimana (a prescindere da quello che sia) e ogni settimana c'è un motivo (non mi interessa se serio o futile) per non farne qualcuno
2) CERCARE DI ESEGUIRE OGNI ALLENAMENTO IL PIU' FEDELMENTE POSSIBILE A QUELLO ASSEGNATO, ovvero quando si tende costantemente ad accorciare o allungare l'esercizio, oppure a eseguirlo con una intensità non congruente con quella proposta (anche qui non mi interessa se il motivo è serio o futile
Una settimana di contrattempi può succedere, due anche, alla terza comincio a farmi qualche domanda, alla quarta mi sono fatto la mia idea su quale tipo di atleta avrò a che fare.
Ecco, prima di chiedere come sta andando la preparazione, assicuratevi di aver centtrato questi due aspetti.


