lunedì 10 agosto 2026

Il mio approccio al coaching

 

A un certo punto mi sono fermato a riflettere sul mio percorso da coach.

Ho iniziato pensando e sostenendo che il fulcro essenziale del lavoro sia quello di saper gestire al meglio i propri atleti, attraverso il rapporto personale, la comunicazione e insegnando loro a percepire l'intensità delle loro espressioni metaboliche per otttenere il massimo in termini di prestazione ma anche di assimilazione più complessa del mondo sportivo.

In questa fase, ho completamente denigrato l'uso massivo e invadente dei dati, ricevendo anche dure (e a volte anche giuste) critiche su questa metodologia del tipo "contano solamente i dati" oppure "i numeri non mentono mai".

Poi però, una solida parte mondo del coaching, anche e soprattutto fatta da allenatori seri e rinomati, si è spostata verso questo tipo di lavoro, riconoscendo l'importanza delle "soft skills" (un concetto che mi fa cagare, vomitare e poi ricagare di nuovo) sulla freddezza dell'approccio analitico.

Quello che però molti non sapevano di me, è che una delle mie competenze professionali più certificate ed elevate è proprio quella dell'analisi e il mio iniziale rifiuto di sfruttare questa struttura anche in ambito sportiva era relativa solamente al fatto di voler anteporre (o forse, ripeto sottolineando il mio errore di gioventù, sovrapporre) il rapporto coach/atleta a quello freddo, seppur apparentemente più professionale, dei dati.

Col tempo e (ahimè) con l'esperienza (leggasi vestustà), riconoscendo che il mio percorso da allenatore in effetti era un po' monco senza l'approccio analitico, ho cominciato ad inserire in maniera sempre più decisa l'analisi e valutazione dei miei atleti.

Purtroppo (o per fortuna), agli occhi della gente, un coach che sa interpretare i dati appare assai più professionale di uno che sa gestire una relazione e di fatto, con questo "doppio binario", la mia credibilità come allenatore ha avuto un incremento esponenziale.

Il fatto, e chiudo, è che chi sa o ha saputo costruire relazioni forti, serie, oneste, reali e durature con le persone, fa sempre in tempo ad aggiungerci (o approfondire) l'aspetto professionale (o, come nel mio caso semplicemente ad inserirlo nella pianificazione), mentre chi per anni ha dato esclusivo valore a "ciò che è misurabile"... mi dispiace ma col cazzo che sarà in grado di ricostruire una efficace capacità relazionale.

E no, neanche partecipare a tutti i corsi per acquisire le "soft skills" vi sarà di aiuto.

Qualora vogliate accettare un consiglio, tenete a mente queste mie considerazioni quando vi approccerete al coaching...

sabato 8 agosto 2026

Il caldo passa, le lamentele degli allenamenti no.

 

 

Stanco di sentire lamentele sul caldo che, peraltro, non producono assolutamente nulla, ho deciso di fare l’unica cosa sensata: raccogliere i dati e stilare una classifica. 📊

Nasce così la TOP 10 degli atleti Team Panda che si sono lamentati più volte del caldo.

⚠️ Precisazione importante: questa non è la lista completa.
Questi sono semplicemente i 10 migliori interpreti della disciplina. 🏆🌡️

🥇 Davide Costadone — 32
🥈 Beppe Erba — 29
🥉 Raffaele Acanfora — 28

📊 170 lamentele complessive nella Top 10
🔥 Il 52,4% arriva soltanto dai primi tre
👑 Costadone, con 32, si prende meritatamente la maglia gialla del disagio climatico.

Ora, però, veniamo alla parte realmente utile, ovvero il 

💡 CONSIGLIO FINALE DEL COACH:
Nessuno vi obbliga ad allenarvi.
Se fa troppo caldo, potete tranquillamente restare a casa.
Ma se decidete di uscire, allenarvi e portare a termine la seduta…
FATELO SENZA ROMPERE I COJONI

Perché lamentarsi non abbassa la temperatura, ma alza la pressione del coach. 🌡🐼


venerdì 7 agosto 2026

Il negative split

Chiudere la seconda metà di una gara più velocemente della prima non dipende soltanto dalla prudenza iniziale. Secondo una  recente mini-review di Grivas, Safari e Hemmatinafar (2026), pubblicata su Frontiers in Physiology, il negative split è una vera competenza allenabile, costruita attraverso l’integrazione di capacità fisiologiche, controllo percettivo e disciplina nella gestione dello sforzo.

Per riuscirci servono una buona soglia del lattato, economia del gesto, resistenza alla fatica e capacità di interpretare correttamente respirazione, tensione muscolare e percezione dello sforzo, e sì, è tutto allenabile, specialmente mediante:

  •  progressivi conclusi vicino al ritmo di gara;
  •  lunghi con una seconda parte più veloce;
  •  intervalli con intensità crescente;
  •  esercitazioni svolte anche senza controllare continuamente il ritmo, per sviluppare una maggiore sensibilità interna.

Questi lavori dovrebbero essere inseriti in blocchi specifici, monitorando ritmo, frequenza cardiaca, deriva cardiaca e RPE.

Naturalmente, partire piano non significa necessariamente gestire bene

La vera abilità consiste nel dosare lo sforzo iniziale in modo da poter aumentare  l’intensità quando la fatica diventa realmente significativa.

Il negative split, però, non è una regola universale: caldo, altitudine, percorso, tattica di gara e stato di forma possono rendere più efficace una distribuzione differente. 

È quindi un modello da allenare e adattare, ma non da applicare automaticamente.

E in questo, un buon coach potrebbe probabilmente tornarvi utile... 

 

mercoledì 5 agosto 2026

Muta completa o smanicata?

Dopo più di dieci anni di triathlon, ancora sorprende quanto una sola variabile possa cambiare completamente le sensazioni in acqua.

Per molti triatleti la muta completa rappresenta un vantaggio evidente: migliora il galleggiamento, riduce la resistenza e protegge maggiormente dal freddo. Ma non sempre ciò che funziona sulla carta produce lo stesso risultato su ogni atleta.

Per anni Alessio ha provato mute di ogni livello, dalle più economiche alle più performanti, senza ottenere un reale miglioramento rispetto al nuoto in piscina. Il problema principale era la resistenza percepita intorno alle spalle e alle braccia, che rendeva la bracciata meno naturale, meno ampia e meno efficace.

Il passaggio alla muta smanicata ha cambiato tutto: braccia più libere, maggiore fluidità del gesto e tempi finalmente coerenti con il vantaggio atteso dall’utilizzo della muta.

La letteratura scientifica non dice che la smanicata sia sempre superiore, ma conferma che la scelta dipende molto dalle caratteristiche individuali. La revisione sistematica di Gay et al. del 2022, che ha analizzato 26 studi, ha evidenziato come le mute migliorino generalmente la prestazione rispetto al costume, ma ha anche riportato, in alcuni test sui 400 e 800 metri, risultati leggermente migliori con la smanicata rispetto alla muta completa.

Gli studi di Perrier e Monteil hanno inoltre osservato, soprattutto nei nuotatori tecnicamente più efficienti, una maggiore velocità e una migliore lunghezza di bracciata con la muta smanicata. Un dato interessante perché suggerisce che la libertà della spalla possa permettere ad alcuni atleti di esprimere meglio il proprio gesto tecnico.

Gli studi più recenti di Lim et al., pubblicati nel 2023 e nel 2024, hanno però ridimensionato l’idea che la muta completa penalizzi necessariamente la muscolatura della spalla: non sono emerse differenze significative nell’attività muscolare tra full-sleeve e sleeveless. Dal punto di vista energetico, inoltre, entrambe sono risultate più economiche rispetto al nuoto senza muta.

La conclusione, quindi, non è che una sia migliore dell’altra.

La muta completa resta probabilmente più adatta in acqua fredda, sulle lunghe distanze e per chi necessita di maggiore sostegno e galleggiamento. La smanicata può invece rappresentare una soluzione molto efficace per chi soffre la costrizione sulle spalle, possiede una buona tecnica o cerca una bracciata più libera e naturale.

Attenzione... la muta migliore non è necessariamente neanche quella più costosa ma semplicemente, come sempre, quella che permette a ogni atleta di nuotare nel modo più efficace possibile.

(post scritto in collaborazione con Alessio Parisi)

martedì 4 agosto 2026

La fiducia degli atleti che alleniamo

Il valore di un percorso di coaching non si misura solo dai risultati in gara, ma anche da ciò che accade al termine della stagione, quando ogni atleta decide se continuare oppure interrompere il percorso intrapreso.

Negli ultimi 5 anni il PandaLab ha registrato un tasso medio annuale di rinnovo del 97,4%, con una percentuale rimasta costantemente superiore al 96% e salita fino al 98,6% nel 2026.

Nello stesso periodo, il numero degli atleti seguiti è passato da 47 a 73, con una crescita complessiva del 55,3% e 32 nuovi ingressi tra il 2022 e il 2025.

Sono numeri importanti, ma il loro significato non riguarda soltanto la crescita del progetto.

Un tasso di rinnovo così elevato indica soprattutto la capacità di costruire rapporti professionali stabili, percorsi sostenibili e una programmazione che conserva valore anche oltre il singolo obiettivo agonistico.

Nel coaching dell'endurance, infatti, la continuità non può dipendere esclusivamente da una prestazione, da un personal best o da una gara particolarmente riuscita.

Una stagione comprende inevitabilmente periodi di miglioramento, fasi di stanchezza, imprevisti, problemi organizzativi, infortuni, cambiamenti personali e risultati talvolta inferiori alle aspettative.

È proprio in questi passaggi che si misura la qualità reale del lavoro.

L’obiettivo non è consegnare una sequenza di allenamenti, ma accompagnare ogni atleta nella costruzione di un processo coerente, comprensibile e progressivamente più autonomo.

Il rinnovo annuale non viene mai considerato un automatismo.

È una nuova scelta di fiducia compiuta dall’atleta, dopo avere valutato il lavoro svolto, la qualità del rapporto, la disponibilità ricevuta e il valore concreto del percorso.

Per questo il 97,4% di rinnovi medi rappresenta uno degli indicatori più significativi dell’intero progetto del PandaLab.

Non dimostra semplicemente che gli atleti restano.

Dimostra che, nella quasi totalità dei casi, riconoscono nel percorso una struttura utile per continuare a crescere, allenarsi con maggiore consapevolezza e affrontare obiettivi sempre più complessi.

Ma soprattutto, riconoscono il valore delle persone dietro al progetto, e questo, per noi, è il dato più importante!




 


lunedì 3 agosto 2026

Imparare ad allenarsi

 

Nel triathlon è facile lasciarsi attirare dagli elementi più visibili della preparazione: i watt, le soglie, i test del lattato, l’adattamento al caldo, la strategia nutrizionale, la scelta dei materiali e la programmazione delle gare. Sono tutti aspetti importanti, ma diventano realmente utili solo quando l’atleta possiede una struttura in grado di sostenerli.

Nel modello di sviluppo a lungo termine dell’atleta, esiste una fase definita Train to Train. È il periodo in cui l’obiettivo principale non è ottenere immediatamente un risultato, ma sviluppare la capacità necessaria per sostenere il lavoro che, in futuro, renderà possibile quel risultato.

Nel triathlon significa costruire una base aerobica solida, consolidare la tecnica nelle tre discipline, migliorare la frequenza degli allenamenti e imparare a recuperare tra una seduta e l’altra. Significa soprattutto riuscire a mettere insieme settimane e mesi di lavoro senza continue interruzioni.

Un atleta non è pronto per allenarsi  solo perché riesce a completare una seduta molto impegnativa o una gara lunga. La vera preparazione si misura nella capacità di ripetere il lavoro, assimilarlo e presentarsi ancora in condizioni adeguate al successivo allenamento.

Nel triathlon amatoriale si tende spesso ad anticipare le tappe, passando rapidamente dalle prime esperienze a una distanza lunga quando ancora non è stata costruita una reale continuità nelle tre discipline. Si introducono volumi elevati senza aver prima sviluppato la capacità di recuperarli.

Certo, molti atleti riescono comunque a completare la gara. La motivazione, la forza di volontà e una discreta predisposizione possono permettere di superare anche prove per le quali la preparazione non era ancora pienamente adeguata. Questo, però, non significa che il percorso sia stato corretto. Il costo di una progressione troppo rapida non compare sempre subito. Può emergere mesi dopo sotto forma di stanchezza persistente, infortuni ricorrenti, malattie, difficoltà nel sostenere il programma o stagnazione della prestazione.

Nella fase di costruzione, il progresso dovrebbe essere individuato con la capacità di allenarsi con maggiore regolarità, recuperare meglio, gestiscere una frequenza più alta di sedute e attraversare una stagione senza continui stop,sostenendo una programmazione sostenibile all’interno della vita reale.

Ignorare questa capacità porta spesso a progettare programmi teoricamente corretti, ma praticamente impossibili da assimilare. Una progressione accelerata può creare anche un problema di aspettative. Quando i primi risultati arrivano rapidamente, l’atleta può convincersi che il miglioramento debba continuare con la stessa velocità. Ogni rallentamento viene quindi vissuto come un fallimento o come il segnale che il programma non stia funzionando. Si aumenta il carico. Si aggiunge intensità.  Il risultato può essere l’opposto di quello cercato: la prestazione si stabilizza, la fatica aumenta e la fiducia diminuisce. Quello che viene interpretato come un limite di talento può essere semplicemente il risultato di una costruzione incompleta.

Lo sviluppo richiede tempo. Non qualche settimana e, spesso, neppure una sola stagione. 

Ma la pazienza solitamente non è un abito del triatleta.

Detto, questo... ancora non vi siete iscritti al prossimo Ironman?

venerdì 31 luglio 2026

La costruzione di un atleta

 

La crescita di un atleta non può essere spiegata esclusivamente attraverso il miglioramento delle proprie prestazioni sportive, della forza o della tecnica. Dietro l’evoluzione  esiste un processo più ampio: costruzione mentale, responsabilità personale, continuità del lavoro e coerenza dell'allenatore.

Preparare un atleta per un Ironman non significa renderlo capace di sopportare molte ore di allenamento ma insegnargli a prendere decisioni corrette quando è stanco, sotto pressione e lontano dalle sensazioni previste.

La ricerca sull’endurance mostra che autoregolazione, controllo dell’attenzione e gestione dello sforzo partecipano direttamente al pacing. Un atleta evoluto è quello che riesce a distribuire razionalmente le proprie risorse anche quando entusiasmo, paura o difficoltà di gara spingerebbero a cambiare strategia.

Questa capacità deve essere allenata nel tempo attraverso il saper riconoscere ciò che sta accadendo, anziché limitarsi a eseguire numeri prescritti.

Una gara importante modifica inevitabilmente il significato percepito di ogni sensazione. Una frequenza cardiaca leggermente più alta, una partenza caotica o pochi watt in meno possono essere interpretati come segnali di fallimento.

Il lavoro mentale non deve quindi produrre un atleta artificialmente “positivo”, ma una persona capace di osservare il problema, regolare la risposta emotiva e continuare ad agire in modo funzionale. 

Nel tennis si parla di serve plus one: una battuta più efficace non vale soltanto per il punto diretto, ma rende più semplice e aggressivo il colpo successivo.

Nel triathlon potremmo parlare di performance plus one.

Una tecnica di nuoto più economica non serve soltanto a guadagnare qualche secondo, ma permette di uscire dall’acqua meno affaticati. 

Una posizione aerodinamica sostenibile non deve soltanto ridurre la resistenza, ma consentire di correre bene. 

Una strategia nutrizionale efficace deve preservare lucidità e capacità muscolare nelle ultime ore di gara.

Ogni intervento dovrebbe quindi essere valutato non soltanto per il vantaggio immediato, ma per l’effetto che produce sulla fase successiva.

La prestazione di alto livello nasce da un lavoro prolungato, intenzionale e accompagnato da feedback. La pratica deliberata contribuisce allo sviluppo della competenza, ma non spiega da sola tutte le differenze tra gli atleti: qualità del programma, caratteristiche individuali, recupero e ambiente restano determinanti.

Costruire nel lungo periodo non significa quindi ripetere per anni lo stesso schema. Un triatleta deve evolvere, sperimentare nuove soluzioni, sviluppare forza, tecnica, adattabilità tattica e capacità di affrontare percorsi e condizioni differenti. Anche l’inserimento RAZIONALE della forza, per esempio, può migliorare economia e prestazione senza necessariamente modificare il VO₂max.

Uno staff efficace (coach, nutrizionista, fisioterapista, ecc..) può supportare la crescita di un atleta anche attraverso opinioni diverse, ma con un confronto  in grado di trasmettere poi all'atleta stesso un messaggio univoco, chiaro e semplice. 

L’ambiente di lavoro, infine, deve permettere di lavorare duramente senza vivere ogni seduta come un esame. Serenità, leggerezza e sorriso non sono l’opposto della professionalità: spesso sono le condizioni che consentono di sostenere un progetto per molti anni.

Il compito di un coach è dunque quello di costruire un atleta capace di comprendere il proprio percorso, assumersi responsabilità, adattarsi agli imprevisti e continuare a evolvere cercando, come in ogni ambito, sempre la versione migliore di noi stessi.

giovedì 30 luglio 2026

Come si supera una una gara andata male...

 

Una gara può andare male in molti modi. Si può concludere lontano dal tempo previsto, perdere progressivamente efficacia, commettere errori nella gestione dello sforzo, incontrare problemi nutrizionali oppure arrivare al traguardo con la sensazione di non avere espresso il proprio reale potenziale. A volte, invece, il risultato è oggettivamente buono, ma rimane distante dalle aspettative costruite durante i mesi precedenti.

In tutti questi casi, la prima reazione tende a essere emotiva: delusione, rabbia, frustrazione, vergogna, ricerca immediata di una spiegazione. È una risposta comprensibile, soprattutto quando la gara rappresentava il punto di arrivo di un lungo ciclo di preparazione.

Il problema nasce quando il risultato viene trasformato troppo rapidamente in un giudizio complessivo sull’atleta: sono una pippa, non riuscirò mai a tornare ai miei livelli, ho sprecato mesi di lavoro, sotto pressione fallisco sempre.

Una prestazione negativa, però, è un evento complesso che rappresenta soltanto ciò che l’atleta è riuscito a esprimere in quelle specifiche condizioni e in quel preciso momento.

La preparazione fisica costituisce certamente una parte fondamentale del risultato, ma non è l’unica. 

Nelle ore immediatamente successive alla competizione, l’atleta raramente possiede la lucidità necessaria per produrre un’analisi affidabile. La fatica fisica, il confronto con le aspettative e l’intensità emotiva favoriscono giudizi assoluti e ricostruzioni poco equilibrate.

La ricerca sulla paura del fallimento nello sport mostra che ciò che gli atleti temono non è soltanto il risultato negativo, ma soprattutto le sue conseguenze percepite.

Per questo motivo, la reazione iniziale può essere sproporzionata rispetto all’effettivo significato tecnico della gara. L’atleta sta semplicemente  difendendo l’immagine che possiede di sé.

Gli studi sulla self-compassion nello sport mostrano che un atteggiamento meno giudicante verso sé stessi non equivale ad abbassare gli standard o a cercare giustificazioni, ma potrebbe favorire una migliore regolazione delle emozioni negative e una risposta psicofisiologica più adattiva al ricordo di un fallimento sportivo, a patto di non romanticizzare il fallimento.

Si sente spesso affermare che dalle sconfitte si impari più che dalle vittorie. Cazzate.

Cosa fare allora?

1. PER 24 ORE NON PRENDERE DECISIONI

Non guardare continuamente classifiche, foto e dati.

2. INTERROMPI IL PROCESSO MENTALE CONTINUO

Ripensare alla gara non significa necessariamente analizzarle: la mente ripete le stesse scene senza produrre alcuna soluzione.

3. NON CERCARE DI CONVINCERTI CHE NON IMPORTA

Importava. Per questo fa male.

4. TORNA RAPIDAMENTE ALLA NORMALITÀ

Dopo il recupero fisico, riprendi allenamenti facili, lavoro, famiglia e relazioni. Non aspettare di sentirti nuovamente motivato per ricominciare. L’azione spesso precede la motivazione.

5. SCEGLI UN SOLO PASSO SUCCESSIVO

Non devi correggere tutto.

La fiducia non ritorna attraverso le frasi motivazionali ma accumulando piccole prove di competenza.

 

E infine la cosa più importante: non buttare subito soldi iscrivendoti a un’altra gara per vendicarti.

Ma probabilmente già l'hai fatto.

(Proprio come avremmo fatto tutti noi!)   

 

Riferimenti scientifici essenziali

Abbiss, C. R., & Laursen, P. B. (2008). Describing and understanding pacing strategies during athletic competition. Sports Medicine.

Ceccarelli, L. A., Giuliano, R. J., Glazebrook, C. M., & Strachan, S. M. (2019). Self-Compassion and Psycho-Physiological Recovery From Recalled Sport Failure. Frontiers in Psychology.

Fullagar, H. H. K. et al. (2015). Sleep and athletic performance: the effects of sleep loss on exercise performance, and physiological and cognitive responses to exercise. Sports Medicine.

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Racinais, S. et al. (2015). Consensus Recommendations on Training and Competing in the Heat. Sports Medicine.

Sagar, S. S., Lavallee, D., & Spray, C. M. (2007). Why young elite athletes fear failure: consequences of failure. Journal of Sports Sciences.

Zhang, N. et al. (2023). Athletes’ self-compassion and emotional resilience to failure: the mediating role of vagal reactivity. Frontiers in Psychology.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 28 luglio 2026

Il mio triathlon Sprint Bracciano 2026: superato (con merito) dall'allievo!

 

Era dal 2021 che non gareggiavo in uno sprint e tornare a indossare il pettorale nella distanza più breve del triathlon mi ha regalato nuovamente un'esperienza decisamente divertente e rilassata che fa sempre bene, oltre all'opportunità di rivedere tanti amici che non incontravo da tempo.

La giornata è perfetta per gareggiare e la partenza di prima mattina, anche per una gara sprint, consente anche di non impattare sulla domenica: ottima scelta!

Arrivo in discrete condizioni a questa gara, sebbene il fatto di non gareggiare da anni in questa categoria mi porta ad una partenza in seconda batteria che in qualche modo non mi consentirà di beneficiare al meglio di un'efficiente scia nei migliori gruppi di nuoto e ciclismo.


Di fatto, comunque riesco comunque ad impostare una gara regolare sia nel nuoto, abbastanza in solitaria, sia nel ciclismo, dove con un gruppetto di 4-5 persone manteniamo una discreta andatura, seppur perdendo un paio di minuti fondamentali dai gruppi di testa.


 Sulla corsa mi sento bene, ma non avevndo un passo veloce decido di impostarla in progressione.

4 giri da 1200mt ciascuno fatti ognuno più veloce del precedente, esattamente come volevo.

Ne esce fuori una gara decisamente soddisfacente per me che chiudo al 2° posto di categoria dietro a Matteo, atleta del Team panda che alleno e che conquista il primo posto con una gara eccellente, sugellata con una gran corsa.

Arrivare dietro un ragazzo che alleno resta l'unico caso in cui arrivare secondi mi rende  più felice che vincere.

Il che, naturalmente, non significa che non sia io stesso il primo a tiragli il collo alla prossima occasione! 


 

lunedì 27 luglio 2026

DNS: se non gareggio, non posso fallire

 

Ci sono atleti che si preparano per mesi a una gara importante, si allenano con continuità, completano i lunghi, migliorano i dati, provano materiali e nutrizione, organizzano la vita intorno all’obiettivo.

Poi la gara si avvicina e compare un motivo per non partire.

Un doloretto che fino alla settimana precedente non impediva di allenarsi. Una notte dormita male. Le sensazioni poco brillanti. Il meteo. Il lavoro. La paura che il problema possa peggiorare. La convinzione di non essere più nella condizione prevista.

Le chiamano motivazioni, ma possonoe ssere alibi o scuse: il problema può anche essere reale, ma viene ingrandito fino a trasformarlo nell’autorizzazione a evitare la gara.

Naturalmente non parlo di febbre, infezioni, traumi acuti, problemi clinici, limitazioni funzionali evidenti, indicazioni mediche o situazioni familiari serie. In questi casi rinunciare può essere la scelta più intelligente.

Parlo di quella zona molto più ambigua nella quale il corpo potrebbe gareggiare, magari rivedendo gli obiettivi, ma l’atleta preferisce non verificare cosa accadrebbe davvero.

La gara, del resto, ha un difetto: produce un risultato.

Finché ti alleni puoi continuare a essere l’atleta che pensi di essere. Puoi mostrare il miglior lungo, i watt dell’allenamento riuscito, il passo della ripetuta, il carico settimanale e la condizione teorica.

In gara il potenziale deve diventare una prestazione, e potrebbe anche non succedere.

Il DNS permette invece di conservare tutto intatto: non hai fallito, semplicemente non hai potuto dimostrare quanto valevi.

In psicologia dello sport questo meccanismo è vicino al self-handicapping: individuare, dichiarare o costruire un ostacolo che consenta di proteggere la propria immagine nel caso di un risultato negativo. Negli atleti è stato collegato alla difesa dell’autostima, alla paura del fallimento e alle forme meno funzionali di perfezionismo. Finez e colleghi lo hanno studiato direttamente nelle situazioni sportive; Török e colleghi hanno osservato che le preoccupazioni perfezionistiche possono favorirlo; Kang e Gong hanno trovato una relazione tra perfezionismo disfunzionale, paura del fallimento, self-handicapping e burnout.

I motivi che possono portare un atleta a tirarsi indietro sono molti:

  1. Paura di non raggiungere il tempo previsto. Dopo mesi passati a parlare di un obiettivo, accettare un risultato più lento diventa difficile.

  2. Paura di scoprire il proprio livello reale. Il risultato potrebbe mostrare che la preparazione, il talento o le aspettative non erano quelli immaginati.

  3. Protezione dell’immagine. Squadra, amici, coach, chat, Strava e social trasformano una gara in una verifica pubblica.

  4. Timore di deludere qualcuno. Alcuni atleti vivono il risultato come una misura del valore che hanno agli occhi del coach, della famiglia o del gruppo.

  5. Perfezionismo del “o tutto o niente”. Se non posso gareggiare al cento per cento, preferisco non gareggiare. Peccato che quasi nessuno arrivi a una gara lunga sentendosi perfetto.

  6. Ansia pre-gara interpretata come segnale fisico. Stanchezza, tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, sonno leggero e sensazioni insolite possono essere letti come prove di una condizione compromessa.

  7. Ricerca dell’alibi perfetto. Il fastidio, il meteo o il problema logistico permettono di spiegare in anticipo un eventuale risultato negativo.

  8. Catastrofizzazione del dolore. Un piccolo fastidio viene collegato immediatamente all’ipotesi di infortunio, ritiro o danno duraturo.

  9. Paura di rivivere una gara precedente andata male. Crisi, ritiro, problemi intestinali o crolli nella parte finale possono rendere minacciosa una nuova partenza.

  10. Burnout o esaurimento mentale. L’atleta ha completato il programma, ma nel frattempo ha perso interesse, coinvolgimento e disponibilità a sostenere un’altra giornata impegnativa.

  11. Motivazione prevalentemente esterna. La gara era stata scelta per dimostrare qualcosa, ricevere approvazione, seguire il gruppo o costruire un’identità. Quando arriva il momento di pagare il costo reale, quella motivazione non basta.

  12. Difficoltà ad accettare ciò che non può essere controllato. Meteo, avversari, percorso, meccanica, alimentazione e risposta del corpo rendono la gara molto meno prevedibile di un allenamento.

  13. Preparazione insufficiente riconosciuta troppo tardi. Durante i mesi precedenti ci si racconta che il tempo rimasto sarà sufficiente. A ridosso della gara la distanza tra condizione reale e obiettivo diventa evidente.

  14. Conservazione del potenziale immaginato. “Se fossi partito avrei fatto una grande gara” è psicologicamente più comodo di un risultato reale, ordinario e verificabile.

Gli studi sulla paura del fallimento mostrano che gli atleti non temono soltanto la sconfitta. Temono la vergogna, la riduzione della stima di sé, l’assenza di un senso di realizzazione, l’incertezza sul futuro e la possibilità di deludere le persone importanti. Sono conseguenze percepite che spiegano perché, per alcuni, evitare la prova possa diventare preferibile rispetto al rischio di essere giudicati.

Anche il perfezionismo va interpretato bene. Cercare standard elevati può essere utile. Il problema nasce quando ogni errore viene vissuto come inaccettabile e un risultato inferiore alle aspettative diventa una svalutazione personale. Le ricerche di Hall, Kerr e Matthews e quelle di Stoeber e colleghi collegano soprattutto la preoccupazione per gli errori e le reazioni negative all’imperfezione con una maggiore ansia competitiva e una minore fiducia.

Nel triathlon l’ansia precompetitiva è tutt’altro che rara. Hammermeister e Burton rilevarono nei triatleti livelli di ansia cognitiva e somatica superiori rispetto a runner e ciclisti. Nello stesso studio, però, l’ansia non determinava automaticamente un peggioramento della prestazione. Essere agitati, dormire male o sentire il corpo diverso nei giorni precedenti non significa necessariamente essere incapaci di gareggiare.

Come coach non ritengo che il mio compito sia convincere un atleta a gareggiare a qualunque costo. Devo valutare il rischio, ascoltare i sintomi, osservare la funzionalità, eventualmente chiedere un parere medico e proteggere la salute dell’atleta.

Devo però anche evitare di confermare automaticamente ogni "via di fuga" delle ultime settimane.

La gara fa parte della preparazione. Bisogna preparare anche la possibilità di non sentirsi perfetti, di modificare l’obiettivo, di gestire una giornata mediocre, di essere superati, di sbagliare qualcosa e di ottenere un risultato inferiore alle attese.

Perchè lo sport, come la vita, ci presenterà continue occasioni dove esprimerci al nostro meglio, a patto che lasciamo che quelle occasioni siano poste in essere! 


Bibliografia

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Clough P.J., Shepherd J., Maughan R.J. (1989), Marathon finishers and pre-race drop-outs, British Journal of Sports Medicine, 23, 97-101.

Hammermeister J., Burton D. (1995), Anxiety and the Ironman: Investigating the Antecedents and Consequences of Endurance Athletes’ State Anxiety, The Sport Psychologist, 9, 29-40.

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