Quando gareggiamo con 30 gradi e umidità alta tendiamo a concentrare quasi tutta l’attenzione sull’idratazione: quanto bere, quanto sodio assumere, quanto abbiamo sudato. Tutto corretto, naturalmente, ma c’è un’altra variabile che spesso trattiamo come un accessorio mentre dovrebbe entrare a pieno titolo nel race plan: raffreddare il corpo.
Uno studio appena pubblicato sul Journal of Science and Medicine in Sport ha analizzato 312 atleti impegnati tra il 2023 e il 2025 in quattro gare endurance disputate in condizioni caldo-umide nel sud della Cina, comprese due mezze distanze di triathlon. Gli autori hanno confrontato una normale gestione individuale del caldo con un protocollo strutturato che prevedeva raffreddamento prima e durante la gara insieme a un reintegro personalizzato di liquidi freddi.
Il dato che mi interessa maggiormente è molto concreto. Al termine della gara la temperatura corporea centrale era mediamente di 39,1 °C contro 39,6 °C. Mezzo grado può sembrare poco, ma quando stai correndo da ore e il tuo organismo sta già facendo di tutto per disperdere il calore prodotto, mezzo grado è parecchio.
E infatti la differenza compariva anche nel cronometro. Gli atleti che avevano seguito il protocollo si erano allontanati dal proprio personal best mediamente del 4,8%, contro l’8,3% degli altri. Dopo l’aggiustamento statistico rimaneva una differenza di circa tre punti percentuali. Anche gli interventi medici correlati al caldo erano inferiori: 10 casi contro 20.
Questo non significa naturalmente che basti infilarsi una spugna ghiacciata nel body o gareggiare con quella fascetta (che costa un botto, tra la'ltro) con i cubetti di ghiaccio in testa, per guadagnare il 3% in un Ironman. Lo studio è osservazionale e non randomizzato, quindi sarebbe sbagliato trasformare un’associazione interessante in una formula matematica valida per tutti. Però il messaggio pratico è piuttosto forte: la gestione termica può essere programmata esattamente come alimentazione, idratazione e pacing.
Questo è forse l’aspetto più interessante dello studio: nel lungo non dobbiamo ragionare soltanto su quanta acqua stiamo perdendo, ma su quanto calore stiamo accumulando e quanto possiamo limitarlo prima che cominci a condizionare il passo.
In un Ironman la temperatura corporea non diventa improvvisamente un problema al trentesimo chilometro della maratona. Ci siamo arrivati attraverso quello che abbiamo fatto nelle ore precedenti.
O che non abbiamo fatto...
Studio citato: Li H, Cao X, Feng S. Mitigating exertional heat illness risk and preserving performance in mass-participation endurance events: a real-world analysis of a graded cooling and fluid replacement strategy. Journal of Science and Medicine in Sport. 2026. DOI: 10.1016/j.jsams.2026.09.007.



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